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Ricostruzione virtuale del complesso abbaziale di San Vincenzo al Volturno |
Un'altra ricostruzione virtuale del complesso abbaziale di San Vincenzo |
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Tutto il sepolto complesso abbaziale di San Vincenzo è stata ribattezzato “la Pompei monastica” per l’eccellente stato di conservazione dei reperti archeologici, tra i più importanti dell’alto Medioevo europeo. La scoperta della cripta di Epifanio fece pensare agli studiosi che tale grandiosa opera non poteva essere isolata ed allora, nel 1980, un gruppo di archeologi inglesi dell’Università di Shieffield e della British School, iniziarono a scavare, facendo ritornare alla luce parte dell'antica sede monastica, nonché oggetti in argento, avorio, bronzo, resti delle vetrate multicolori degli edifici, le punte delle frecce incendiarie dei Saraceni. Oggi, negli scavi dell’antico complesso di San Vincenzo appartenenti al Comune di Castel San Vincenzo, mentre l’attuale Abbazia è nel territorio del Comune di Rocchetta al Volturno, gestiti dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici del Molise e supervisionati dal Prof. Federico Marazzi, sono stati riportati alla luce i seguenti edifici, tutti visitabili previa prenotazione :
Sono altresì state ritrovate, ma al momento non visitabili:
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Riprendendo
il discorso iniziale, nell’età di Carlo
Magno le
innovazioni artistiche furono tali che condizionarono l’arte nei
secoli futuri e l’esempio più eclatante si ebbe proprio nell’Abbazia
di San Vincenzo al Volturno.
Qui, nel secolo IX l’abate Giosuè,
seguendo le innovazioni artistiche del periodo carolingio,
trasformò San Vincenzo in uno dei più
grandi monasteri dell’Europa occidentale. La nuova chiesa, da lui
costruita, fu detta di San Vincenzo Maggiore, perché fu una seconda e
grandiosa costruzione dopo quella dei tre fondatori Paldone, Tatone e
Tasone e fu eretta proprio dall’abate Giosuè ed inaugurata o nell’808
o nell’817; essa, situata sulla riva sinistra del fiume Volturno, di
fronte al Colle della Torre, era la più grande e notevole costruzione
all’interno del complesso abbaziale. Il cronista Giovanni così la descrive: “Ornata di portici aveva trentadue colonne, fra le quali pendevano preziose cortine; sul frontespizio dell’Abbazia splendevano in lettere d’oro i seguenti versi: QUAEQUE VIDES HOSPES PENDENTIA CELSA VEL IMA VIR DOMINI JOSUE STRUXIT CUM FRATRIBUS UNA” e cioè: Tutte le strutture che tu vedi qui, o viaggiatore, dalle più grandi alle più umili, furono costruite dal servo di Dio Giosuè e dai monaci suoi fratelli”.
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Giardino a peristilio, in una ricostruzione grafica |
Tale
Abbazia era lunga “32 passi, alta
12 e larga 16”, cioè era lunga centosette metri, larga ventotto
ed alta venti. Era formata da una navata centrale, da due navate laterali,
sostenute da 16 colonne ognuna di granito egizio e da tre absidi,
di cui quella centrale misurava quindici metri di diametro. Il materiale
utilizzato per la costruzione proveniva dalla demolizione di un antico
tempio capuano donato all’abate da Ludovico il Pio. Gli edifici di San
Vincenzo erano decorati con colori vivaci ed
erano arricchiti da enormi finestre multicolori, che lasciavano
entrare tanta luce. I vetri, lavorati nelle officine del luogo, erano
policromi, cioè dai mille colori ed arricchivano sia le finestre, sia le
mille lampade che illuminavano gli interni degli edifici.
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Anche
gli edifici, i portici e molte sale furono
arricchiti con dipinti altrettanto
particolari. Per esempio, belli da ammirare sono i sedili che
vennero decorati nella parte bassa dei muri della sala
capitolare, in modo da dare l’idea del marmo, oltre ad una sequenza
di profeti riprodotti quasi a grandezza umana che
decoravano le arcate. Nonostante i pochi frammenti rimasti dei
dipinti si evince che dovevano essere dei capolavori, per il contrasto di
luci ed ombre, che fa sì che i volti
dei profeti appaiano forti,
vivi e rassicuranti. Una caratteristica di questi profeti
sono i grandi rotoli che ognuno tiene fra le mani
scritti con caratteri
paralleli, larghi in rosso e in nero. Anche questa scrittura
era molto particolare: infatti, fino all’ Xl secolo era una
scrittura inusuale: ricordiamo invece che è in uso a San Vincenzo fin dal
IX secolo. Quindi,
nel corso di venticinque anni l’abate Giosuè
fece miracoli: arricchì il complesso abbaziale
con altre tre chiese, nuovi edifici claustrali, appartamenti per
ospiti di riguardo, una nuova residenza per l’abate ed un ampio
refettorio, dove potevano essere ospitati più di trecento monaci. Inoltre,
per capire l’importanza artigianale ed economica del complesso abbaziale
basta pensare ai resti delle officine
riaffiorate con gli scavi: officine per la lavorazione di smalti,
vetri, metalli, finiture per la cavalleria, nonché forni, ecc.. Insomma
San Vincenzo era diventato un grande complesso che si estendeva su di un
area di circa sei ettari. Inoltre, grazie alla grande personalità di tale
abate, San Vincenzo ricevette soprattutto
da parte dell’aristocrazia beneventana molte donazioni di terre nelle
città di Benevento, Caserta, Capua e Salerno. Simona
Albanese e Giada Casbarro
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Volto di un profeta della sala del capitolo
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