L’etimologia della parola libro è di origine latina; infatti, liber indica la parte interna della corteccia delle piante, che serviva agli antichi come materia scrittoria.

Il libro vero e proprio, così come intendiamo oggi, cioè stampato, è stato realizzato non molto tempo fa (per la precisione il primo libro stampato da Gutemberg, l’inventore della stampa, fu la Bibbia in latino e risale al 1455); eppure i nostri antenatihanno inventato la scrittura ben 3500 anni a.C, fatto questo che ha segnato il passaggio dalla preistoria alla storia.

L’invenzione della scrittura fu originata da una necessità materiale: quella di registrare oggetti di prima necessità come scorte di cibo, schiavi, scambi di merci, ecc…, anche se su tavolette di argilla. Tutto ciò lo dobbiamo ai Sumeri, che inventare una forma di scrittura detta pittografia, perché era in effetti simile a disegni; in un secondo momento questa scrittura si evolse in una scrittura detta ideogramma, perché ogni segno rappresentava un’idea. I Sumeri incidevano tali segni su tavolette di argilla con strumenti a forma di chiodo, dando così alla scrittura una particolare forma: perciò è stata definita dagli studiosi cuneiforme.

Con il passare del tempo, pittogrammi ed ideogrammi furono usati anche per esprimere concetti astratti come pensieri, sentimenti, preghiere, ma la loro difficoltà li rendeva inaccessibili alla massima parte delle persone. Così furono i Fenici a sostituire, nel I millennio a.C., gli ideogrammi con segni che indicavano ciascuno un solo suono. In seguito, i mercanti greci dell’Asia minore modificarono ulteriormente l’alfabeto fenicio, aggiungendo le vocali, secondo le esigenze della propria lingua. Così, la scrittura diventò una scrittura sillabica. Questa fu una tappa fondamentale nella diffusione della cultura perché, essendo un metodo meno complicato, la scrittura si diffuse più rapidamente.

Uno dei documenti più antichi è il codice di Hammurabi, dal nome del re babilonese che regnò tra il 1792 ed il 1750 a.C. Questo codice, scritto su di una pietra, fu ritrovato agli inizi del 1900 in una zona dell’odierno Iran ed è oggi custodito al Louvre di Parigi.

Oltre alle tavolette di argilla ed alle pietre furono usati altri materiali, come il papiro, soprattutto dagli Egiziani fin dal III millennio a.C. (nella Biblioteca di Alessandria d’Egitto all’epoca di Alessandro Magno vi erano più di settecentomila rotoli di papiro che contenevano tutte le opere letterarie e scientifiche scritte fino ad allora) e la pergamena a partire dal III secolo d.C. ottenuta da pelli di animali opportunamente trattate e preparate; in particolare venivano usate le pelli di pecore: da qui il nome di "cartapecora".

Ma ritornando un po’ indietro, c’è da dire che nel corso dei secoli si passò dal foglio singolo di pergamena, scritto solo su di una facciata che poi veniva arrotolato, al codice, che era un vero e proprio volume di pergamena scritto come un libro. Infine verso il secolo XII in Europa prese il sopravvento la carta. Sarà Gutemberg nel 1438 ad inventare la stampa, attraverso uno stampo, per la fusione in metallo, a caratteri singoli, cioè per tutte le lettere dell’alfabeto. Nel giro di pochi anni incominciarono a circolare molti libri ed era un prestigio averli nelle proprie biblioteche. Basti pensare che nell’Europa medievale in tutte le biblioteche si calcola che non vi fossero più di cinquecento volumi, mentre dopo mezzo secolo dall’invenzione della stampa, ne circolavano più di otto milioni.

I primi libri scritti a mano e destinati alle preghiere ed ai servizi religiosi si chiamarono salteri, mentre gli incunaboli furono i primi libri stampati che riproducevano però la forma dei manoscritti.

Anche all’Abbazia di San Vincenzo la produzione dei libri fu un’attività di notevole importanza; il manoscritto più antico proveniente dallo scriptorium di San Vincenzo è il Codex Beneventanus, che risale al periodo dell’abate Ato (736-760), successore dell’ultimo fondatore Taso, ed oggi custodito nel Britisch Museum di Londra. Fu scritto dal monaco Lupus su 240 fogli di pergamena e comprende i quattro Vangeli, con l’elenco dei capitoli di ogni Vangelo nella versione di San Gerolamo, sette pagine dei Canoni di Eusebio di Cesarea, una lettera al papa Damaso, un prefazio ed un prologo. Tale libro era di lusso, non adatto all’uso quotidiano dei monaci.

Secondo gli esperti è impressionante pensare che solo dopo quarant’anni di vita a San Vincenzo, gli scriba di tale Abbazia fossero in grado di realizzare un codice di così tanta bellezza e perfezione. Inoltre, la forma stessa della grafia ha fatto ritenere agli epigrafisti che lo scriptorium di San Vincenzo costituisse una vera scuola di scrittura, modello per altri scriptorium.

Anche  nel modo di rilegare i libri i monaci di San Vincenzo erano all’avanguardia: infatti, come si può notare negli affreshi della Cripta i libri tenuti in mano da alcuni personaggi, si aprono come oggi.

Tale attività venne bruscamente interrotta con il terremoto del 1456, ma grazie allo scambio secolare con il monastero di Montecassino ne fu assicurata la sopravvivenza. Perciò oggi le suore di san Vincenzo, soprattutto nella persona di Madre Agnese, hanno voluto che la tradizione rivivesse a San Vincenzo, realizzando lo Scriptorium Mater Providentiae.

                                                                Guido Giannini